Silenzio!

«Che cos’è il silenzio?», «Dove si trova?» e «Perché è più importante che mai?»            Erling Kagge – Il silenzio. Uno spazio dell’anima

Silenzio!

Photocredit: Claudio Feleppa

Stare in silenzio, nel silenzio, suscita imbarazzo. Demetrio Duccio ci ricorda che è in queste circostanze che la nostra mente rivela il suo legame con il cervello rettile . Il silenzio ci allarma, ci porta a cercare una fonte sonora che ci tranquillizzi.  Ecco perchè centri commerciali, sale d’attesa, studi medici, hotel, non si fanno mai mancare la musica di sottofondo. Se la vita diserta i rumori, gli umani cercano di riempire quel vuoto, violentando anche l’altrui propensione al silenzio.
Tutto è frastuono, raglio, rimbombo. Come se le parole fossero la soluzione a tutto.

Errore! Non bisogna confondere con le parole quello che i fatti avrebbero reso comprensibile poi, ammonisce Mariantonia Avati ne Il silenzio del sabato. Tacere può essere una scelta: la scelta di tacere come metodo di comunicazione, come mezzo per entrare dentro sé, ci ricorda Enzo Bianchi.  Come spazio di comunicazione e possibilità: da assenza si fa etere, in cui trasmettere sentimenti di amore, relazione e cura. Farsi spazio attraverso il silenzio, la tacita cura.

Sì, perchè il silenzio non ha un significato univoco. C’è quello spontaneo e reattivo, silenzio imposto o proposto, aggressivo o difensivo, distaccato, allusivo o ironico, essenziale o solenne. In ogni caso rappresenta un conduttore di conoscenza, di sè e dell’altro, secondo chi lo esprime e lo stato d’animo nel quale versa.

Così fragile e così prezioso che il Salone Internazionale del libro di Torino gli ha dedicato un’isola  e un gruppo di studiosi un’accademia ! 

La società del Minnesota Orfield Laboratories ha creato una camera anecoica al 99,99% fonoassorbente: qui si diventa l’unica fonte di rumore. Un’esperienza sconvolgente, tanto che finora nessuno è riuscito a rimanerci per più di 45 minuti.

Dalla rivoluzione industriale in poi solo tempo di rumore, al ritmo del consumo, continuo, incessante, come ci ricorda opportunamente Carlotta Maria Correra: Così fra rumore assordante, chiasso e non più musica, caos, frastuono e non più armonia, chiacchiera ininterrotta e non più dialogo, la scelta del silenzio non esiste più.

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Il silenzio è espressione pura, canto, preghiera, ponte: tanto più scompari, tanto più ti ritrovi. Il silenzio è spazio. Il silenzio è tempo. Purchè anche i pensieri, i sentimenti e il cuore siano in pace. Un silenzio reale che ci permetta di riposare dentro di noi, nell’immisurabile, nel profondo. Un silenzio attivo, che sorge dall’interno. Pieno, che apre ad una dimensione nuova dell’attenzione e rende l’azione, fisica o intellettuale, fluida ed efficace.

Un silenzio che va coltivato, difeso, esercitato. Ma come? La risposta da una ricerca multidisciplinare di Giuseppe Barbiero, Alice Benessia, Elsa Bianco, Elena Camino, Maria Ferrando, Doju Freire, Rita Vittori .

Se la consapevolezza è la caratteristica peculiare della nostra specie nella biosfera, la consapevolezza ecologica – ecological mindfulness – riguarda la relazione che ciascuno di noi ha con la Natura. La Natura suscita in noi emozioni, sentimenti, riflessioni, a volte anche molto profondi, di cui non sempre abbiamo piena coscienza. L’ipotesi su cui stiamo lavorando è che la pratica del silenzio possa integrare le due dimensioni cognitiva ed affettiva dell’ecologia, riequilibrandone il rapporto e offrendo la possibilità di agire con cura compassionevole nei confronti di Gaia, Madre e matrice di tutti i viventi.

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A lungo considerata come una funzione esclusivamente umana, l’intelligenza è in realtà un complesso di facoltà mentali di carattere generale che comprende l’elaborazione delle percezioni proprie e altrui, gli stati mentali e le manifestazioni emotive. Un talento che  deve essere educato nelle sue abilità, sia cognitive sia affettive. E la pratica del silenzio può essere un potente strumento per coltivarle. Secondo Edward O. Wilson il fondamento biologico dell’intelligenza è individuabile nella biofilia [ l’innata tendenza a concentrare l’attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che la ricorda, e in alcuni casi ad associarvisi emotivamente] utile ad apprendere una serie di comportamenti biologicamente adattativi volti ad aiutarci nella sopravvivenza quotidiana nell’habitat dove ci siamo evoluti come specie  .

La Natura ha un potere rigenerante dell’attenzione perché possiamo far riposare l’attenzione diretta quando troviamo un ambiente in cui l’attenzione è automatica, vale a dire un ambiente che esercita un certo grado di fascinazione .
Fascinazione è un tipo di attenzione involontaria, priva di sforzo, che permette all’attenzione diretta di riposare e recuperare .

L’attenzione aperta invece è attenzione in sé, libera, indipendente dagli stimoli esterni, un prendersi cura, accompagnare, come nel senso dell’inglese attend, o generare, come nel senso del buddista yoniso-manasikãra : un’attenzione generatrice di conoscenza nuova, che va coltivata con l’esercizio affinché diventi uno stato mentale permanente.

C’è nella nostra anima qualcosa che rifugge dalla vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica -Weil, 1966

La causa di ciò sta sempre nell’aver voluto cercare. I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi. La pratica del silenzio attivo può migliorare la qualità dell’attenzione, concedendoci  il tempo dell’attesa e saldando così la dicotomia tra pensiero e azione.
Il silenzio attivo e l’attenzione amplificano la capacità naturale di ciascuno di noi di sentire il mondo intorno: le persone, gli animali, le piante, ma anche i luoghi, le pietre, i corsi d’acqua, contribuendo a farci sentire a nostro agio nella casa comune, la Terra abitata, Gê oikouméne. Un contagio emotivo dal quale si è evoluta l’empatia, i cui responsabili sono i neuroni specchio.

Solo chi si sperimenta come persona, come totalità che possiede un senso, può capire altre persone – Stein

In che modo il silenzio attivo può contribuire a questa maturazione?

La mediazione cognitiva è necessaria ma non basta. È indispensabile che anche la nostra sfera affettiva ne sia coinvolta e il silenzio può svolgere anche una mediazione emotiva. Il silenzio attivo infatti, rendendoci consci del flusso dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, ci aiuta ad osservarli con distacco, così come sono, senza giudizio. Soprattutto ci aiuta a non identificarci con i prodotti della nostra mente – i nostri pensieri e le nostre emozioni – a riconoscerci come altro da loro, acquisendo così poco a poco una consapevolezza che non è più né solo cognitiva, né solo emotiva, ma profonda.

Ristabilendo  la nostra dimensione selvatica possiamo recuperare il nostro equilibrio fisico e psichico , dimensione che la tradizione buddista chiama compassione pura – illimitata prontezza e disponibilità ad aiutare gli esseri viventi. Il risultato della pratica di una forma evoluta e particolare del silenzio attivo è la meditazione.

La pratica del silenzio può gradualmente attivare uno stato mentale meditativo.
Recuperare il silenzio attivo è in qualche modo recuperare la nostra
umanità, i nostri ritmi, la nostra gioia di vivere.

Una mente silenziosa immersa nella Natura può fare esperienze straordinarie per intensità e bellezza. Coltivando il silenzio e la nostra intelligenza naturalistica avremo posto le basi per il superamento della crisi ambientale che incombe sulla nostra civiltà.

E’ meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere.

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