Il significato e l’importanza del dolore


“Il dolore è un’opinione”.

Teniamola un istante questa frase, sentendo come risuona e cosa crea. Per ogni lettore, una reazione differente. Curiosità, dubbio, irritazione? La frase è di Ramachandran e il suo significato si fa più interessante sapendo chi è. Non certo un mistico guru indiano ma un neurologo e neuro scienziato che da anni studia i processi complessi che regolano la biologia umana e la psicofisica.

Ora riprendiamo il filo della sua analisi come ricercatore e scienziato e seguiamolo per intero:

….Il dolore è un’opinione sullo stato di salute dell’organismo, non una semplice risposta riflessa a una lesione. Non c’è una linea diretta fra recettori del dolore e centri del dolore nel cervello. C’è così tanta interazione fra diverse aree cerebrali, come quelle relative alla vista e al tatto, che il solo apparire di un pugno che si apre può riflettersi sulle vie sensitive e motorie consentendo al paziente di sentire che la sua mano fantasma chiusa a pugno si rilascia, consentendogli di eliminare un dolore illusorio di una mano inesistente…

Lo studio riguardava la risoluzione di un problema apparentemente impossibile da risolvere attraverso i farmaci: la cura di un paziente afflitto da lancinanti dolori all’arto amputato anni prima. Il dolore era misurabile, reale. Il luogo dove scaturiva, non esisteva. Nessuna soluzione.

Con la mirror therapy, la terapia dello specchio, Ramachandran crea allora l’illusione che l’arto amputato dell’uomo fosse ripristinato. La sola parvenza della mano fantasma che si apriva e chiudeva normalmente riesce a mutare la reattività cerebrale del paziente che finalmente apre la sua mano, la estende, la distende, la lenisce. Il dolore sparisce. La cura all’arto fantasma con gli specchi è uno degli aneddoti più interessanti della medicina del dolore. E ci parla anche di altro. Di come il dolore sia un’esperienza non solo soggettiva ma trasfigurativa dell’essere umano.

Per questa via le discipline antiche concordano tutte: l’importanza del dolore non solo come allerta biologica per scongiurare danni irreparabili al nostro corpo ma come messaggio energetico essenziale per indicare la via di un cambiamento improrogabile.

Per la medicina tradizionale cinese, il dolore è sempre collegato ad un eccesso energetico e ad una disarmonica distribuzione del qi. Comprendere dovecomequandoper quanto si manifesta fa parte della clinica dei fondamenti di ogni trattamento di cura.

L’equilibrio – punto di arrivo e di partenza di tutta la terapeutica orientale – consiste nel non indulgere nel dolore troppo a lungo e allo stesso tempo non rifuggirlo al primo stimolo perché si è del tutto incapaci di sostenerlo.

In questo senso è importante intendersi sul principio di allenamento al dolore. Non si tratta di alimentare nessuna propensione masochistica di sopportazione. Al contrario, riconoscere l’importanza dello stimolo doloroso di qualunque natura sia – fisica mentale emotiva – significa restituire la giusta dignità al suo valore.

Mens sana in corpore sano e viceversa significa allenare il corpo, la mente e lo spirito anche alle criticità di disagio purché si dedichi loro la giusta attenzione. La giusta attenzione è il qb delle ricette di cucina. Quanto è la giusta attenzione? Soggettiva la risposta ma all’interno di alcuni parametri condivisi = non una indifferente disattenzione di ogni stimolo percettivo- non una eccessiva auscultazione di ogni minimo sintomo.

In questa stagione, con l’abbassamento repentino delle temperature e una consistente umidità [almeno qui alla latitudine di chi scrive] i casi di blocchi acuti e dolorosi delle articolazioni maggiori sono una costante.

Lombosciatalgie, cervicalgie, infortuni traumatici che faticano a guarire sono il motivo di maggiore richiesta di aiuto e assistenza. L’aspettativa si riassume più o meno per tutti così:

  • mi fa male è insopportabile
  • non sono in grado di fare le mie cose al mio solito ritmo
  • voglio che passi subito

Quasi sempre nel colloquio il dolore oggi così insopportabile si scopre che era latente e presente già da tempo. Che il solito ritmo è una corsa ad ostacoli arrivando sfiniti a sera. Che il tutto-e-subito è una caratteristica di temperamento impaziente che riguarda ogni altro aspetto della biografia. Una sorta di urgenza che non può che richiamare altra urgenza in una perfetta coerenza del sistema.

L’abitudine a scindere, separare, distinguere in mentalità binaria è un nostro lascito culturale occidentale: bianco/nero, dolore/piacere. La compresenza degli opposti è un apprendimento che richiede sicuramente una maturazione di coscienza piuttosto che un ragionamento logico. Comprendere, ad esempio, che non può esserci piacere senza dolore non va frainteso con una sorta di pegno da pagare per poter godere del benessere quanto piuttosto di un principio di integrazione per cui non possiamo accedere ad un piacere se non siamo in grado di sostenere un dolore. Sostenere non significa subire. Significa ascoltare, comprendere e da lì iniziare il processo di riparazione che richiede tempo e modo. Sicuramente l’impazienza, l’ansia non consentono né il tempo né il modo corretto per questo processo essenziale e prezioso.

Il dolore non è il nemico è l’alleato: nel momento in cui lo riconosciamo come tale, inizia il processo di guarigione. A qualsiasi livello: fisico, mentale, energetico. Ma una società in costante accelerazione di movimento che accetta come normale il principio di malattia cronica ci condiziona a sottovalutare le allerte lievi che preludono sempre l’acuto che blocca apparentemente all’improvviso. Perché l’allerta lieve è tollerabile come percezione e viene intenzionalmente ignorata o peggio ancora spenta per poter proseguire con i nostri ritmi.

Non si tratta di ripercorrere le vie di iniziazione antiche per diventare novelli samurai, sebbene ancora oggi i monaci Shaolin insegnino che la via della forza necessariamente passa dalla capacità di sostenere fatica e dolore fisico prima ancora che emotivo o psicologico. Si tratta di allenare la nostra percezione ad accettare il senso e la profonda importanza di ogni vissuto, incluso quello del dolore. Il che equivale ad accettare il senso della vita e della morte, altro tema spauracchio verso il quale siamo così deboli da queste parti.

Non si intende qui celebrare il dolore come maestro ma di fatto lo è nel momento in cui rifiutiamo di essere maestri a noi stessi, imparando a ridare priorità a ciò che davvero conta per la nostra salute.

Se il ritmo a cui stiamo andando è allineato con le nostre capacità reali, il dolore non compare. Se trascuriamo le nostre profonde priorità e ci forziamo giorno dopo giorno ad un passo che non è in accordo con noi, può succedere che il dolore ci cambi il ritmo. Quasi sempre lo fa con una decelerazione.

La domanda che più spesso faccio quando mi trovo davanti a qualcuno che chiede sollievo per un dolore acuto è: per non sentire questo dolore come devi fare? Quasi sempre la risposta del corpo è in linea con quella energetica: muovermi più piano, stare fermo, dormire. E alla domanda sul perché non si concede quella soluzione la risposta spesso è “non posso perché ho cose da fare, scadenze da rispettare”.

Questo è il piccolo grande cortocircuito da cui si parte. Comprendere che rallentare ora significa poter proseguire meglio e più a lungo poi. Perché il dolore serva, deve allentarsi e dissolversi. Questo è il senso del suo stimolo quando è così acuto.

“Noi dobbiamo abbracciare il dolore e bruciarlo come combustibile per il nostro viaggio”.

Kenji Myyazawa

Gasshō

🌸

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